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Il canyon del Ghelpach

Vicenza Canyoning

Il canyon del Ghelpach

Il torrente Ghelpach è cio’ che rimane del’antico drenaggio glaciale della conca di Asiago. Della lunghezza di circa 12 Km, attraversa pigramente la conca , dapprima in direzione sud, per portarsi verso ovest all’altezza di Asiago. Si arriva cosi’ al ponte che stà fra Tresche Conca e Canove, a quota 900. A questo punto il torrente letteralmente precipita in basso con un dislivello di 250 m, creando una forra estremamente suggestiva. L’andamento costante in direzione da est verso ovest fa si che il  fondovalle non riceva mai i raggi del sole, rimanendo sempre all’ombra. Nella stagione invernale questa particolarità permette la formazione di imponenti colate di ghiaccio conosciute ed apprezzate dagli ice climber.

La forza dell’acqua, nel tempo, ha scavato una gola larga mediamente 5 metri, con pareti verticali che arrivano ad un centinaio di metri di altezza. Un ambiente unico. Ho avuto modo di percorrere l’intera forra due volte quest’anno in periodo di magra, quindi senza bisogno della muta in neoprene, con gli amici del Vicenza Canyoing, e che hanno partecipato ai corsi di torrentismo della  Sezione del CAI di Vicenza. Si parte dal ponte e si prende la forestale sulla destra orografica, sentiero 801, fino al cartello per il Loite Kubela, una famosa grotta oggetto di scavi paletnologici.

Quindi il ripido sentiero in discesa e, poco prima di arrivare alla grotta, si tiene la destra seguendo delle corde fisse che ci accompagnano fino a greto. Da questo punto si puo’ risalire il torrente arrivando alla base di una cascata che viene utilizzata come palestra per arrampicata su ghiaccio in inverno, oppure scendere qualche metro e trovare la prima breve calata di 5 metri. Subito dopo si presenta la calata piu’ alta,  piu di 30 m con l’ultimo tratto nel vuoto. Adesso siamo dentro alla gola, in penombra, con alte pareti ai lati e strati orizzontali di roccia che si protendono nel vuoto. Il cielo diventa una striscia azzurra e sottile lassu’, mentre le felci ondeggiano al soffio di un vento fresco che si incanala nella gola, quasi troppo fresco. Seguono una decina di salti  tra i 5 e i 12 metri interrotti da due traversi per superare delle profonde pozze d’acqua, si passa sotto ad un enorme macigno rimasto miracolosamente incastrato tra le pareti, ed arriviamo ad un grande scavernamento che si apre sulla sinistra. Ancora un breve salto di pochi metri superabile percorrendo una cengia sulla destra , e qui la forra termina. Tutte le calate sono state attrezzate con materiale nuovo, sotto al 30 non ne abbiamo trovate di preesistenti, ed in modo da non essere investite dalle piene primaverili. Dopo l’ultimo salto il pavimento da nuda roccia diventa un greto sassoso. Il gioco di colori tra i massi di rosso ammonitico precipitati dalla sommità ed il bianco dei calcari giurassici è unico. Numerose le ammoniti fossili a terra, di tutte le dimensioni. Tutti ne hanno preso almeno una, la piu leggera naturalmente, da tenere per ricordo.

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Ci vogliono ancora 200 metri per arrivare alla confluenza con la Valdassa, quota 650 metri, e quindi ancora 1h 45min di cammino per raggiungere le auto lasciate al cimitero di Pedescala. Si cammina sempre tra pareti altissime, in un paesaggio che ricorda i cartoni di Beep Beep e Wilcoyote, tirando ad indovinare  i passaggi visto che il sentiero semplicemente non c’è. E questo la dice lunga sulla frequentazione del posto. Ne vale la pena.

Da Meda Maurizio

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